Omelia

Cari fratelli e sorelle,
la festa dell’Ascensione potrebbe sembrare, a prima vista, la festa di un distacco: Gesù sale al cielo e lascia i suoi. Ma la Parola di Dio ci dice esattamente il contrario: l’Ascensione non è l’assenza di Cristo, è il suo nuovo modo di essere presente.
Negli Atti degli Apostoli ascoltiamo: “Fu elevato in alto sotto i loro occhi”. Gli apostoli guardano verso il cielo, quasi trattenuti dalla nostalgia. Ma gli angeli li richiamano: non restate fermi a guardare in alto. Il Signore non vi abbandona; ora comincia il tempo della testimonianza, il tempo della Chiesa, il tempo dello Spirito.
E qui c’è una verità bellissima: colui che sale al cielo è Gesù risorto con il suo corpo, con la nostra carne. Non ascende uno spirito lontano, ma il Figlio di Dio che ha voluto condividere fino in fondo la nostra umanità. La nostra carne entra nel cuore di Dio. In Cristo, anche la nostra vita è chiamata alla gloria. L’Ascensione ci dice che il cielo non è più qualcosa di estraneo all’uomo: il cielo è ormai aperto alla nostra umanità.
Per questo san Paolo, nella lettera agli Efesini, parla di Cristo glorificato alla destra del Padre, sopra ogni potenza e dominio. Ma subito aggiunge che Egli è capo della Chiesa, cioè continua ad essere vivo e operante in mezzo a noi. Non è lontano: guida, sostiene, accompagna.
E come continua la sua presenza? Attraverso il dono dello Spirito Santo. L’Ascensione prepara la Pentecoste. Gesù sale al Padre, ma non lascia vuoto il cuore dei discepoli: dona il suo Spirito. È lo Spirito Santo che rende Cristo presente nella nostra vita, nei sacramenti, nella Parola, nella comunità, nei poveri, nelle vicende quotidiane.
Nel Vangelo di Matteo risuona poi il grande mandato missionario: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”. Gli undici vedono il Signore, lo adorano, ma alcuni dubitano ancora. Ed è consolante sapere che Gesù affida la missione non a uomini perfetti, ma a uomini fragili. La Chiesa cammina così: vedendo e camminando insieme. Non abbiamo tutte le risposte, ma abbiamo una presenza. Non siamo forti per merito nostro, ma perché il Signore cammina con noi.
La missione nasce proprio da questo: dall’esperienza di un Dio che continua a manifestarsi nella nostra vita. A Giuseppe, nei sogni dell’infanzia di Gesù, era stato rivelato: “Dio con noi”. E ora, alla fine del Vangelo, Gesù ripete agli apostoli la stessa promessa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
È questa la certezza della Chiesa. Cristo ascende al cielo, ma non si allontana. È presente nelle nostre case, nelle nostre fatiche, nelle paure e nelle speranze. È presente quando il cammino si fa pesante. È presente quando la fede vacilla. È presente quando ci rimettiamo in piedi e ricominciamo.
Allora l’Ascensione non ci invita a fuggire dalla terra guardando il cielo, ma a vivere la terra con gli occhi rivolti a Cristo. Perché chi sa che il Signore è con lui può camminare senza paura e diventare testimone di speranza.
E mentre il Signore sale tra canti di gioia, come canta il salmo, anche noi oggi possiamo alzare il cuore e dire: la nostra umanità è entrata nel cielo, e il cielo ha già cominciato ad abitare la terra.


Meditazione

C’è un momento, nel Vangelo, che ha il sapore del silenzio e dello stupore.
I discepoli guardano Gesù che sale verso il Padre. Gli occhi restano fissi al cielo, il cuore sospeso tra tristezza e meraviglia. Sembrerebbe la fine. E invece è un inizio.
L’Ascensione non racconta un’assenza, ma una presenza nuova.
Gesù non abbandona la terra; porta la terra dentro Dio.
“Fu elevato in alto sotto i loro occhi” (At 1,9).
Quella carne che aveva conosciuto la stanchezza, il pianto, la fame, il dolore e perfino la morte, ora entra nella gloria del Padre. E questa è la speranza dell’uomo: la nostra umanità non è destinata al nulla, ma alla comunione con Dio.
Sant’Agostino diceva:
“Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo; salga con Lui anche il nostro cuore.”
Il cristianesimo non disprezza la carne, non fugge il mondo, non cerca di evadere dalla vita. Cristo ascende con le ferite ancora visibili. Porta in cielo tutto ciò che è umano. Nulla va perduto di ciò che è vissuto nell’amore.
Per questo l’Ascensione è la festa della dignità dell’uomo.
San Leone Magno scrive:
“La gloria del capo è divenuta la speranza del corpo.”
Dove è arrivato Cristo, siamo chiamati anche noi.
Non siamo fatti soltanto per sopravvivere, consumare giorni, attraversare fatiche. Siamo fatti per Dio.
Eppure i discepoli restano a guardare il cielo. È l’immagine di tante nostre attese: vorremmo trattenere Dio in forme visibili, sicure, immediate. Ma il Signore educa la fede. Lo Spirito Santo renderà possibile una presenza più profonda di quella fisica.
Gesù infatti promette:
“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Non dice: “Sarò con voi quando sarete forti”.
Non dice: “Sarò con voi quando capirete tutto”.
Dice semplicemente: “Io sono con voi”.
Questa è la pace del credente.
Cristo si manifesta nella vita concreta: nelle persone incontrate, nella Parola ascoltata, nell’Eucaristia, nei poveri, nei giorni luminosi e anche in quelli oscuri. A volte Dio non si impone; si lascia riconoscere lentamente, come accadde a Giuseppe nei sogni, agli apostoli sul lago, ai discepoli di Emmaus lungo la strada.
Dio preferisce quasi sempre la discrezione.
Romano Guardini scriveva:
“Dio ama venire nel silenzio.”
E il cuore dell’uomo spesso non lo riconosce perché cerca segni straordinari, mentre il Signore passa nelle cose semplici.
L’Ascensione allora ci insegna anche un’altra verità: la fede non è trattenere Gesù, ma seguirlo.
I discepoli avrebbero voluto restare fermi a contemplare il cielo. Gli angeli invece li rimettono in cammino:
“Perché state a guardare il cielo?” (At 1,11).
È una domanda che attraversa tutta la vita spirituale.
Non basta alzare gli occhi; bisogna muovere i passi.
La contemplazione vera conduce sempre alla missione, all’amore concreto, alla fraternità.
“Andate dunque” dice Gesù (Mt 28,19).
La Chiesa nasce così: uomini fragili che camminano insieme, sostenuti non dalla propria bravura, ma da una Presenza.
Anche il dubbio degli apostoli è sorprendente:
“Essi però dubitarono” (Mt 28,17).
Eppure Gesù affida loro il Vangelo del mondo. Questo consola profondamente. Dio non aspetta uomini perfetti. Dio opera attraverso cuori aperti.
Papa Benedetto XVI disse:
“Il cristianesimo non è un’idea, ma un incontro.”
E l’incontro con Cristo cambia il modo di guardare ogni cosa.
Chi incontra davvero il Signore non fugge la vita: la abita con speranza.
Sa che nulla è inutile.
Sa che ogni lacrima può diventare preghiera.
Sa che anche le ferite possono diventare luce.
L’Ascensione è il compimento della promessa fatta da Dio all’uomo:
tu non sei fatto per rimanere chiuso nella polvere.
Come scrive san Paolo:
“Cercate le cose di lassù” (Col 3,1).
Che cosa significa?
Non disprezzare la terra, ma vivere la terra con un cuore aperto al cielo.
Fare delle cose quotidiane un luogo di comunione con Dio.
Amare, perdonare, servire, attendere, ricominciare.
Il cielo, nel Vangelo, non


Poesia

Ascensione
Non te ne sei andato, Signore.
Hai soltanto cambiato luce.
Ti cercavano gli occhi
e Tu sei sceso più in profondità,
dove lo sguardo non arriva
ma il cuore riconosce.
Sei salito portando la nostra carne,
le mani ferite,
la polvere delle strade,
il peso delle lacrime umane.
E il cielo, da quel giorno,
ha il volto dell’uomo.
Gli apostoli guardavano in alto,
inermi come bambini
davanti a un ultimo saluto.
Ma gli angeli dissero piano:
“Non fermatevi al cielo.
Lui cammina ancora con voi.”
E da allora
Ti nascondi nei giorni semplici:
nel pane spezzato,
nella voce che consola,
nella fatica amata in silenzio,
nelle mani consumate dal bene.
Tu sei il Dio vicino,
il Dio che resta.
Come a Giuseppe nel sogno,
come ai discepoli sul monte,
continui a ripetere
nelle notti del cuore:
“Io sono con voi.”
Con noi
quando la fede vacilla,
quando il dolore ci piega,
quando la speranza sembra tardare.
Con noi
nelle case stanche,
nelle attese senza risposta,
nei passi lenti di chi ricomincia.
Ascendi, Signore,
ma non allontanarti mai dal nostro cuore.
E quando anche noi
alzeremo gli occhi verso il cielo,
insegnaci a riconoscerti
non lontano dalle cose della terra,
ma vivo dentro ogni frammento d’amore.
Perché il cielo,
forse,
comincia proprio così:
da un Dio che sale
portandoci con sé.


Don John Betancur