Condivisione solidale della Parola di Dio nella IV Domenica di Pasqua (At 2, 14a.36-41; 1Pt2, 20b-25; Gv10, 1-10). Sintesi per il mio vivere cristiano – N. A. 49
San Pietro nella sua testimonianza che annuncia la Risurrezione di Cristo nel giorno della Pentecoste risponde alla domanda del popolo: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?“(Att 2, 37). E Pietro: “Convertitevi e fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo…“(Att 2, 38).
Come arrivare alla Salvezza? Passando dalla Porta Sicura che è Gesù, il Buon Pastore che conosce tutte le sue pecore e chiama ciascuna per nome e le pecore conoscono la sua voce e lo seguono (cfr. Gv 10, 3-4).
Con la similitudine del “Buon Pastore” e della “Porta sicura”(G10, 11-18), Gesù dichiara di essere il compimento della Profezia contro i cattivi pastori d’Israele che non si curavano delle pecore deboli ed inferme del gregge ed ammazzavano quelle grasse per cibarsene secondo il capitolo 34 del Profeta Ezechiele. Lo ribadisce San Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica “Pastores dabo vobis” del 25 marzo 1992).
Al contrario, Gesù si presenta come il “Buon Pastore” che prende cura di tutte le pecore del suo gregge, incominciando dalle deboli. Egli spinge tutte fuori per portarle ai pascoli. Quando sono tutte fuori, egli passa avanti a tutte per proteggerle da lupi , senza paura, e condurle nei posti sicuri (cfr. Gv10,4). Lo dice San Pietro nella Prima Lettera: ” Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime”(1Pt 2, 25).
1) Giovanni10,1-10
“In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.
2) S. Em. Card. Gianfranco Ravasi e S. E. R. Mons. David Maria Turoldo: Un commento esegetico di Giovanni 10, 1-10
“Io sono la porta delle pecore. La solenne immagine pastorale domina il capito 10 di Giovanni. Nel brano odierno vediamo aprirsi due rivelazioni di Gesù. La prima (vv.1-5) è intessuta sul contrasto fra Gesù buon pastore e i mercenari che hanno a cuore solo il loro interesse al qual sacrificano il gregge. L’azione del pastore è precisata con attenzione: egli ‘entra per la porta‘ perché il suo rapporto con il gregge è di intimità; alla sua vocazione che è personale e specifica corrisponde nella pecora l’ascolto fatto di adesione e di fede (conoscono la sua voce); il pastore fa compiere al gregge un esodo verso i pascoli. Dopo l’incomprensione (v. 6), Gesù offre una seconda e più alta rivelazione (vv.7-10). Mentre parla, Gesù forse guarda gli ebrei che attraversano la ‘porta delle pecore‘ ed entrano nel cortile del tempio per incontrare il Signore nelle preghiere. Con un’arditezza quasi blasfema per i giudei egli esclama: ‘Io sono la porta delle pecore‘ (v. 7), cioè si propone come il nuovo tempio in cui si entra pienamente in comunione con Dio. Egli è la ‘tenda di carne‘ (cfr. Gv 1, 14) della Presenza divina”(Messale quotidiano, Nuova Edizione a cura di Alessandro Amapani e Goffredo Boselli, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2020, p. 583).
3) Brevi pensieri per un nutrimento spirituale approfondito
1° San Gregorio Magno Papa
«Io sono il buon Pastore; conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me» (Gv 10, 14). Come a dire apertamente: corrispondono all’amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l’amore della verità. Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell’amore; non del solo credere, ma anche dell’operare. L’evangelista Giovanni, infatti, spiega: «Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo» (1 Gv 2, 4). Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: «Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore «(Gv 10, 15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall’amore con cui muoio per le pecore” (San Gregorio Magno; Omelie sui vangeli: Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130).
2° San Gregorio Magno Papa
“Di queste pecore di nuovo dice: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna (cfr. Gv 10, 14-16). Di esse aveva detto poco prima: «Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10, 9). Entrerà cioè nella fede, uscirà dalla fede alla visione, dall’atto di credere alla contemplazione, e troverà i pascoli nel banchetto eterno. Le sue pecore troveranno i pascoli, perché chiunque lo segue con cuore semplice viene nutrito con un alimento eternamente fresco. Quali sono i pascoli di queste pecore, se non gli intimi gaudi del paradiso, ch’è eterna primavera? Infatti pascolo degli eletti è la presenza del volto di Dio, e mentre lo si contempla senza paura di perderlo, l’anima si sazia senza fine del cibo della vita” (San Gregorio Magno; Omelie sui vangeli: Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130).
3° San Gregorio Magno Papa
“Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S’infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s’infiammino per i beni superni. In tal modo amare sarà già un camminare. Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, perché se qualcuno desidera raggiungere la mèta stabilita, nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare” (San Gregorio Magno; Omelie sui vangeli: Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130).
4° S. E. R. Arc. Mons. Giuseppe Mani
“Gesù è glorificato, esaltato, intronizzato presso il Padre, si allontana dalla nostra condizione umana. Questa domenica ci dice di convertirci alla fede. Egli è pastore del suo popolo.(…). Colui che entra dalla porta è il Pastore. In che senso? È Gesù stesso che si definisce così. È Dio che gli ha dato l’incarico pastorale, come dicono Isaia ed Ezechiele. Erede umano di David e perfetta immagine del Padre, è Colui nel quale il Padre si dona senza limiti per il suo popolo. L’identità pastorale di Gesù è di donarsi completamente per coloro che lo seguono. La voce di Gesù ci dona una vocazione. Non possiamo donare la nostra fede a Cristo senza ascoltare la sua voce che ci giunge attraverso la chiesa, e la sua voce ha sempre una chiamata, una vocazione. È chiamata perché chiama per “nome”, perché Gesù conosce personalmente ciascuno dei suoi discepoli. Porta in sé stesso il nostro nome e lo tiene nell’intimo dei suoi pensieri” (www.giuseppemani.it).
5° S. E. R. Arc. Mons. Giuseppe Mani
“Così ci chiama a seguire il Vangelo che ci parla di “uscire” e poi di “entrare”. Il suo popolo non è prigioniero di un chiuso di norme identitarie, di istituzioni, di riti segnati da una cultura o da un’epoca. La chiesa è un popolo in movimento che incontra tutti i popoli e che per questo si rinnova continuamente. Gesù fa nascere dentro ed è la porta per la quale si esce. Appartenere alla Chiesa ci fa entrare in un popolo e questo popolo ci fa anche andare verso il mondo. Gesù sceglie di camminare davanti al suo popolo. Cammina alla testa del suo popolo. Apre il cammino del servizio, del sacrificio, del dono di se senza misura. Il cammino che Gesù ci apre è quello della passione e della Croce. È il primo martire ed è del popolo dei martiri della fede che ne diventa la testa. Ci guida illuminando le nostre scelte di vita con la sua parola e rappresentando Dio, suo Padre, in mezzo ai fratelli. L’identità pastorale di Gesù ci illumina la dinamica mediatrice della Resurrezione. Gesù ci conduce verso il Padre venendo tra i fratelli. Questa è una via di tensione e di dono, una via in cui uno si dona e in cui uno si riprende: ‘La mia vita io la dono e la riprendo ‘ ” (www.giuseppemani.it).
6° S.E. R. Mons. Paolo Ricciardi
“… il verbo conoscere nella Bibbia, indica non un sapere teorico, ma un’esperienza concreta, tangibile, dell’altro. Il termine pastore riferito a Gesù, è passato poi agli apostoli e ai loro successori. La Chiesa ha bisogno di pastori secondo il cuore di Dio… Invece il termine porta è solo Suo. Noi cioè possiamo essere pastori, ma non porte. E si può essere pastori solo passando per la porta che è Cristo, per la porta del suo amore, per il dono della vita. Il gregge è Suo, di Cristo. Lasciamoci chiamare per nome, come Lui solo sa fare. Così pregusteremo il momento in cui Egli pronuncerà il suo nome in modo unico e ci farà entrare al Pascolo della vita eterna”(S. E. R. Mons. Paolo Ricciardi, La Tua Parola mi fa Vivere, 24, IV Domenica di Pasqua – A – 26 aprile 2026).
7° Rev. Prof. Dr. Rocco D’Ambrosio
“Gesù fa riferimento a problemi concreti: ladri, briganti, porte da varcare, vicinanza alle pecore e riconoscimento della voce.(…). Il pastore “entra dalla porta”. Il vero pastore non si nasconde e non ha nulla da nascondere. Il suo ruolo è chiaro e riconosciuto. Chi fa il bene non ha paura di mettere la faccia; se si nasconde vuol dire che qualcosa non va. Ciò vale per tutti a prescindere dalle quote di potere che abbiamo: semplici cittadini e fedeli, genitori ed educatori, docenti e dirigenti, vescovi e preti, politici e leader vari e cosi via. Il pastore “ascolta, chiama, conduce, precede le pecore”. Quanta cura c’è in questi verbi! La cura degli altri che mi sono affidati. Non vale solo per i pastori ecclesiali vale per tutti coloro che hanno responsabilità in gruppi e istituzioni, dove sono affidate loro persone. E’ spesso diventato retorico (purtroppo) citare professioni che hanno cura o quelli che, per il prendersi cura degli altri, perdono persino la vita. Retorico e stucchevole specie quando viene da chi, oggi come ieri, si fa i fatti propri, pensa ai propri interessi e discetta su massimi sistemi “(www.cercasiunfine.it).
8° Rev. Prof. Dr. Rocco D’Ambrosio
“Un’ultima osservazione: il brano, specie la sua seconda parte fa capire che non ci sono vie di mezzo: o si è buon pastori o ladri e briganti. O il bene o il male. E’ un dualismo preciso, certamente carico anche di rischi di estremismi e integralismi. Non penso che il Signore voglia indurre a questi; quanto piuttosto al fatto che bisogna essere autentici, senza ambiguità. Se si fa il bene bisogna farlo “per dare la vita e darla in abbondanza”; se si fa il bene bisogna permettere agli altri di “entrare attraverso di noi e trovar pascolo”. Certo è un riferimento alto, difficile – è difatti Gesù il riferimento! – ma non possiamo barattarlo. Possiamo solo confessare le nostre debolezze e peccati. Nessuno può dire o immaginare di essere fuori pericolo. Tutti noi possiamo incontrare ladri e briganti o, ancor peggio, diventare noi stessi ladri e briganti(www.cercasiunfine.it) .
9° Rev. Prof. Dr. Rocco D’Ambrosio
“Servire gli altri è bello quanto difficile, affascinante quanto faticoso. In sé e per sé il potere o è per il bene o non è, cioè diventa una perversione, che nega l’imprescindibile rapporto che c’è tra il servire e dare la vita; tra il comandare e fare del bene a tutti. Paul Tillich direbbe che proprio l’aver negato questo rapporto ha portato molti a giustificare teoricamente e praticamente il connubio tra potere e forza; ma, per quanto il potere possa servirsi di esse, il potere non coincide, né con l’una, né con l’altra. In altri termini si può dire che è improprio parlare di potere, se questo è segnato da violenze e ruberie di tutti i ladri e briganti. Il Buon Pastore vuole genitori, docenti, educatori, politici, responsabili economici e culturali, preti, vescovi, cardinali, papi, leader di gruppi religiosi e istituzionali capaci di dare la vita, ovvero sempre pronti ad “ascoltare, chiamare, condurre, precedere le pecore”, con intelligenza e sensibilità, mai l’una senza l’altra. Altrimenti sono solo ladri e briganti o molto vicini a diventarlo per ignavia, paura e interessi vari. E di essi ne abbiamo già tanti, dentro come fuori il suo gregge di Cristo. Solo Lui è l’autentico Buon Pastore!” (www.cercasiunfine.it).
4) Mi occorre convertirmi, seguire il Cristo, il Buon Pastore, e seguire le sue orme per servire meglio tutte le sue pecore! Canto il Salmo 22, 1-2: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce“. Grazie, Signore.
Sac. Faustin K. Mundendi
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