Condivisione solidale della Parola di Dio del Sabato della III Settimana di Quaresima – A – (Lc 18, 9-14). SINTESI PER IL MIO VIVERE CRISTIANO – N. A. 35

La preghiera è necessaria. E’ l’espressione della fede propria. E’ relazione di comunione profonda con Dio. Una vera o autentica  preghiera è umile. La preghiera del fariseo è egocentrica, cioè mette superbamente al centro il proprio “ego” o se stesso. Non è una preghiera, ma un’ intima autocelebrazione. La preghiera del pubblicano è teocentrica, cioè mette al centro Dio e non se stesso. E’ una vera preghiera umile. Per me cristiano tale preghiera teocentrica è specificatamente cristocentrica, cioè mette al centro il Cristo stesso, il Pontefice o Mediatore tra me e il Padre celeste. E’ una preghiera piena si speranza nella misericordia di Dio.

1) Luca 18,9-14

“9 Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» “.

2) S. Em. Card. Gianfranco Ravasi e S. E. R. Mons. David Maria Turoldo: Un commento esegetico di Luca 18, 9- 14

Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo. La parabola del  pubblicano e del fariseo contrappone due atteggiamenti tipici di preghiera rivolta a Dio. La preghiera umile, che parte dal cuore, come quella del pubblicano, giustifica e santifica: la preghiera del superbo, come quella del fariseo, nutrita dal compiacimento dei propri meriti, rende odiosi a Dio”(Messale quotidiano, Nuova Edizione a cura di Alessandro Amapani e Goffredo Boselli, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2020, p. 299).

3) Brevi pensieri per un nutrimento spirituale approfondito

1° Benedetto XVI

“L’elemosina, la preghiera e il digiuno caratterizzano l’ebreo osservante della legge. Nel corso del tempo, queste prescrizioni erano state intaccate dalla ruggine del formalismo esteriore, o addirittura si erano mutate in un segno di superiorità. Gesù mette in evidenza in queste tre opere di pietà una tentazione comune. Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi. Nel riproporre queste prescrizioni, il Signore Gesù non chiede un rispetto formale ad una legge estranea all’uomo, imposta da un legislatore severo come fardello pesante, ma invita a riscoprire queste tre opere di pietà vivendole in modo più profondo, non per amore proprio, ma per amore di Dio, come mezzi nel cammino di conversione a Lui. Elemosina, preghiera e digiuno: è il tracciato della pedagogia divina che ci accompagna, non solo in Quaresima, verso l’incontro con il Signore Risorto; un tracciato da percorrere senza ostentazione, nella certezza che il Padre celeste sa leggere e vedere anche nel segreto del nostro cuore”  (B. XVI, Santa Messa, 9 marzo 2011)

2° Papa Francesco

“Entrambi i protagonisti salgono al tempio per pregare, ma agiscono in modi molto differenti, ottenendo risultati opposti. Il fariseo prega «stando in piedi» (v. 11), e usa molte parole. La sua è, sì, una preghiera di ringraziamento rivolta a Dio, ma in realtà è uno sfoggio dei propri meriti, con senso di superiorità verso gli «altri uomini», qualificati come «ladri, ingiusti, adulteri», come, ad esempio, – e segnala quell’altro che era lì – «questo pubblicano» (v. 11). Ma proprio qui è il problema: quel fariseo prega Dio, ma in verità guarda a sé stesso. Prega se stesso! Invece di avere davanti agli occhi il Signore, ha uno specchio. Pur trovandosi nel tempio, non sente la necessità di prostrarsi dinanzi alla maestà di Dio; sta in piedi, si sente sicuro, quasi fosse lui il padrone del tempio! Egli elenca le buone opere compiute: è irreprensibile, osservante della Legge oltre il dovuto, digiuna «due volte alla settimana» e paga le “decime” di tutto quello che possiede. Insomma, più che pregare, il fariseo si compiace della propria osservanza dei precetti. Eppure il suo atteggiamento e le sue parole sono lontani dal modo di agire e di parlare di Dio, il quale ama tutti gli uomini e non disprezza i peccatori. Al contrario, quel fariseo disprezza i peccatori, anche quando segnala l’altro che è lì. Insomma, il fariseo, che si ritiene giusto, trascura il comandamento più importante: l’amore per Dio e per il prossimo” (Papa Francesco, Udienza generale , 1 giugno 2016)

3° Papa Francesco

“Non basta dunque domandarci quanto preghiamo, dobbiamo anche chiederci come preghiamo, o meglio, com’è il nostro cuore: è importante esaminarlo per valutare i pensieri, i sentimenti, ed estirpare arroganza e ipocrisia. Ma, io domando: si può pregare con arroganza? No. Si può pregare con ipocrisia? No. Soltanto, dobbiamo pregare ponendoci davanti a Dio così come siamo. Non come il fariseo che pregava con arroganza e ipocrisia. Siamo tutti presi dalla frenesia del ritmo quotidiano, spesso in balìa di sensazioni, frastornati, confusi. È necessario imparare a ritrovare il cammino verso il nostro cuore, recuperare il valore dell’intimità e del silenzio, perché è lì che Dio ci incontra e ci parla. Soltanto a partire da lì possiamo a nostra volta incontrare gli altri e parlare con loro. Il fariseo si è incamminato verso il tempio, è sicuro di sé, ma non si accorge di aver smarrito la strada del suo cuore” (Papa Francesco, Udienza generale , 1 giugno 2016).

4° Papa Francesco

“Il pubblicano invece – l’altro – si presenta nel tempio con animo umile e pentito: «fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto» (v. 13). La sua preghiera è brevissima, non è così lunga come quella del fariseo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Niente di più. Bella preghiera! Infatti, gli esattori delle tasse – detti appunto, “pubblicani” – erano considerati persone impure, sottomesse ai dominatori stranieri, erano malvisti dalla gente e in genere associati ai “peccatori”. La parabola insegna che si è giusti o peccatori non per la propria appartenenza sociale, ma per il modo di rapportarsi con Dio e per il modo di rapportarsi con i fratelli. I gesti di penitenza e le poche e semplici parole del pubblicano testimoniano la sua consapevolezza circa la sua misera condizione. La sua preghiera è essenziale. Agisce da umile, sicuro solo di essere un peccatore bisognoso di pietà. Se il fariseo non chiedeva nulla perché aveva già tutto, il pubblicano può solo mendicare la misericordia di Dio. E questo è bello: mendicare la misericordia di Dio! Presentandosi “a mani vuote”, con il cuore nudo e riconoscendosi peccatore, il pubblicano mostra a tutti noi la condizione necessaria per ricevere il perdono del Signore. Alla fine proprio lui, così disprezzato, diventa un’icona del vero credente” (Papa Francesco, Udienza generale , 1 giugno 2016)

5° Papa Francesco

“Gesù conclude la parabola con una sentenza: «Io vi dico: questi – cioè il pubblicano –, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (v. 14). Di questi due, chi è il corrotto? Il fariseo. Il fariseo è proprio l’icona del corrotto che fa finta di pregare, ma riesce soltanto a pavoneggiarsi davanti a uno specchio. E’ un corrotto e fa finta di pregare. Così, nella vita chi si crede giusto e giudica gli altri e li disprezza, è un corrotto e un ipocrita. La superbia compromette ogni azione buona, svuota la preghiera, allontana da Dio e dagli altri. Se Dio predilige l’umiltà non è per avvilirci: l’umiltà è piuttosto condizione necessaria per essere rialzati da Lui, così da sperimentare la misericordia che viene a colmare i nostri vuoti. Se la preghiera del superbo non raggiunge il cuore di Dio, l’umiltà del misero lo spalanca. Dio ha una debolezza: la debolezza per gli umili. Davanti a un cuore umile, Dio apre totalmente il suo cuore. E’ questa umiltà che la Vergine Maria esprime nel cantico del Magnificat: «Ha guardato l’umiltà della sua serva. […] di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono» (Lc 1,48.50). Ci aiuti lei, la nostra Madre, a pregare con cuore umile. E noi, ripetiamo per tre volte, quella bella preghiera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”(Papa Francesco, Udienza generale , 1 giugno 2016).

6° Carmelitani

“In questo brano abbiamo due modelli di fede e di preghiera. Da una parte il fariseo che sta davanti al proprio io. Egli è sicuro della sua bontà, giustifica se stesso e condanna gli altri. Dall’altra il pubblicano che, sentendosi lontano da Dio e non potendo confidare in sé, si accusa e invoca il perdono. Il fariseo non sta davanti a Dio, ma a se stesso, non parla con Dio, ma con se stesso. La sua preghiera non è un dialogo, ma un monologo. Essa sembra un ringraziamento a Dio, ma in realtà è una strumentalizzazione di Dio per il proprio autocompiacimento. Egli si appropria dei doni di Dio per lodare se stesso invece del Padre e per disprezzare i fratelli invece di amarli. Se la preghiera non è umile, è una separazione diabolica dal Padre e dai fratelli. E’ lo stravolgimento massimo: in essa si usa Dio per cercare il proprio io. E’ il peccato allo stato puro. Il fariseo accusa gli altri di essere rapaci proprio mentre lui sta cercando di appropriarsi della gloria di Dio. Accusa gli altri di essere ingiusti, ossia di non fare la volontà di Dio, mentre lui trasgredisce il più grande dei comandamenti: l’amore per Dio e per il prossimo. Accusa gli altri di essere adulteri mentre lui si prostituisce all’idolo del proprio io, invece di amare Dio. La religiosità che egli vive è solo esteriore; dentro c’è presunzione, ma anche molta grettezza, cattiveria, arroganza che lo spinge a giudicare con disprezzo il fratello peccatore che ha preso posto in lontananza. Il nostro fariseismo esce proprio tutto e bene quando preghiamo. La preghiera è lo specchio della verità: ci fa vedere che abbiamo dentro tutto il male che vediamo negli altri. Non c’è preghiera vera senza umiltà, e non c’è umiltà senza la scoperta del proprio peccato, anche del peggiore: quello di considerarsi giusti” (https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=569).

7° Carmelitani

” La preghiera del pubblicano è quella dell’umile: penetra le nubi (cfr Sir 35,17). E’ simile a quella dei lebbrosi e del cieco (cfr Lc 17,13; 18,38); è la preghiera che purifica e illumina. E’ una supplica con due poli: la misericordia di Dio e la miseria dell’uomo. L’umiltà è l’unica realtà capace di attirare Dio: fa di noi dei vasi vuoti che possono essere riempiti da Dio. La fede che giustifica viene dall’umiltà che invoca la misericordia. La presunzione della propria giustizia non salva nessuno. Il giusto non è giustificato finché non riconosce il proprio peccato. Senza umiltà non c’è conoscenza vantaggiosa né di sé né di Dio, e si rimane sotto il dominio del maligno. Se il peccato è la superbia e il peccatore è il superbo, l’umiltà che il vangelo richiede ad ogni credente è quella di riconoscere la propria umiliante realtà di fariseo superbo. L’autore dell’Imitazione di Cristo sintetizza perfettamente l’insegnamento di questa parabola: “A Dio piace più l’umiltà dopo che abbiamo peccato che la superbia dopo che abbiamo fatto le opere buone” (https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=569).

8° Scuola apostolica

“(…). È la presunzione che ci avvelena le giornate. La presunzione di essere giusti e di essere nel giusto è la morte del nostro spirito. Pensieri, parole, opere: tutto sembra orientato a sostenere questa giustificazione, tutto sembra orientato alla presunzione di essere nel giusto io, e, naturalmente, nell’ingiusto l’altro. Questa presunzione chiude relazioni. Questa presunzione diventa un’onda gigantesca che ci trascina, ci trascina lontano dalla vita. Questa presunzione che si sostiene con il disprezzo del prossimo avvelena la nostra fede, avvelena le nostre relazioni.(…) Il fariseo, cioè io, vuole differenziarsi, per questo resta differenziato. Il pubblicano, cioè l’uomo che ama, non osa confrontarsi e per questo se ne torna a casa sua giustificato.

Quando mai capirò che per quanto irreprensibile sia la mia condotta, e non lo è, sempre il mio amore è come “una nube al mattino”: su di lei non possiamo fare affidamento.(…). Abbiamo il coraggio di affidarci all’unica misericordia affidabile che è quella di Dio, misericordia che guarisce, sicura come l’aurora. Sappiamo bene infatti che le opere possono essere vuote di amore, mentre l’amore sempre si incarna in gesti concreti”

(https://scuolaapostolica.com/parola-del-giorno/luca-18-9-14/).

4) Credendo nella bontà e nella misericordia di Dio, fiducioso, faccio mia la preghiera di Davide e dico: “Pietà di me, o Dio, nel  tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa , dal mio peccato rendimi puro”(Sal 50, 1-2). E ancora: “Tu non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, tu non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 50, 18-19). Ribadisco il profondo significato di queste parole scritte dal profeta Osea: ” (…) voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti”(Os 6, 6). Gesù si riferiva a questo versetto 6 del capitolo 6 di Osea quando rispondendo alla critica dei farisei dal fatto che egli mangiava con i pubblicani e i peccatori in occasione del banchetto offertogli in casa di Levi (Matteo) (cfr. Mt 9, 9-13), dice: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio .Infatti non sono venuto a chiamare i giusti , ma i peccatori” (Mt 9, 13). Anche in un’alla occasione risponderà loro riferendosi al profondo significato del medesimo versetto di Osea (6,6) dicendo: “Se avreste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa” (Mt 12, 7).

Sac. Faustin K. Mundendi